Europa: “unita nella diversità, divisa nella calamità”. Il ruolo dei Baltici
L’Europa, devastata dal flagello del COVID-19, ha rivelato la sua debolezza. Dinanzi al pericolo, invisibile e micidiale, di una nuova pestilenza, è stata incapace di dare, ai paesi che la compongono, linee guida esaurienti, chiare ed efficaci per fronteggiare l’emergenza in modo coeso. “Uniti nella diversità” è il suo motto. Forse occorrerebbe aggiungere ora “Divisi nella calamità”.
La sospensione di Shengen, la mancanza di solidarietà (di cui i poveri del Sud accusano gli Yenkee, ricchi e cattivi, del Nord), le norme, diversissime da paese a paese, con le quali ogni Stato ha affrontato la crisi sanitaria, hanno frantumato l’Unione in un calderone di Stati nazionali degno dei primi decenni del secolo scorso.
In questa divisione si ravvedono 4 grandi raggruppamenti, che determineranno il futuro della UE per gli anni a venire:
il primo, a cui apparteniamo, è quello dei PIGS, di cui fanno parte Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (indicato in rosso dalla cartina. A rigore, dovrebbe farne parte anche l’Irlanda). Con l’eccezione della Grecia, i paesi del Mediterraneo, di per sé caratterizzati da deficit, debito pubblico e disoccupazione altissimi, sono stati violentemente colpiti dal virus e sono ora in ginocchio. La Grecia venne de facto commissariata già diversi anni fa. Ora è il nostro turno. Potremmo essere risparmiati da un commissariamento vero e proprio, ma non da una crisi economica di dimensioni epocali, che aumenterà divari economici e diseguaglianze sociali. In modo particolare, questa parte d’Europa, dove potrebbero emergere rivolte violente nei prossimi giorni, vedrà una divisione, spesso taciuta dai media tradizionali per questioni di comodo, tra dipendenti statali e autonomi, distrutti dalla situazione, e fino a poche settimane fa vessati da un fisco iniquo che doveva alimentare le tasche di pensionati, insegnanti, poliziotti, militari, politicanti e portaborse.
Il secondo gruppo è quello dell’Europa centrale (indicato in blu), costituito da Germania, Francia, Austria, Olanda, Belgio e Lussemburgo, e al quale potremmo aggiungere Svezia e Danimarca. La risposta all’emergenza sanitaria qui è stata più rapida e, parrebbe, più efficace. Le libertà individuali sono state rispettate (forse solo la Francia ha adottato misure restrittive simili a quelle italiane, ma meno severe, a quanto sembra) e in alcuni casi, come quello svedese, la vita sociale non ha risentito, se non minimamente, delle misure adottate dal governo, per fronteggiare la crisi. Si tratta del gruppo di paesi che in Europa conterà di più, e molto di più di prima.
Il terzo gruppo è quello dell’Europa orientale (in verde), costituito dalla cosiddetta Unione di Visegrád, a cui si aggiungono la Slovenia e la Croazia. L’emergenza qui è stata meno violenta e il sistema sanitario, almeno per ora, non è collassato. I paesi di Visegrád sono caratterizzati generalmente da una sostanziale robustezza dei conti pubblici e da politiche interne di stampo nazionalista, che hanno recentemente allontanato l’Ungheria. ma anche la Polonia, dall’Europa e dalle sue istanze di accoglienza verso gli immigrati. Questa crisi non farà altro che acuire la loro distanza dai paesi dell’Ovest e, a detta di alcuni esponenti della destra locale, dalla “corruzione” dei costumi occidentali.
A parte vanno considerate Bulgaria e Romania. Si tratta dei paesi con il PIL pro capite più basso dell’intera UE. In Romania le misure restrittive adottate hanno portato a rivolte popolari di quartiere, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo.
Il quarto gruppo, per i nostri lettori il più importante, è infine quello degli Stati baltici e della Finlandia (indicato in giallo). I paesi baltici sono caratterizzati da una forte solidità dei conti pubblici e nel primo decennio del nuovo secolo Lituania, Lettonia ed Estonia hanno mosso passi da gigante. Il tenore di vita dei cittadini delle tre repubbliche si è elevato notevolmente, superando quello di buona parte dell’Europa mediterranea. L’uso delle tecnologie, la rapidità e l’accessibilità di internet a banda larga, unito a una scarsa densità della popolazione, hanno senz’altro permesso a quest’area d’Europa di fronteggiare egregiamente la crisi sanitaria. L’isolamento geopolitico, che li vede separati dall’Europa occidentale dal muro di Visegrád, acuito dalla crisi sanitaria, sta portando i Baltici all’idea di aprire i confini “interni”. Questo permetterebbe ai cittadini delle tre repubbliche di spostarsi liberamente nel territorio di Lituania, Lettonia ed Estonia. Al progetto aderirebbe, pare, anche la vicina Finlandia, alla quale Tallinn è collegata da innumerevoli traghetti. La Lettonia, poi, dove non si sono viste misure coercitive di sorta, pare aver superato meglio di tutti la difficilissima prova del COVID-19, almeno per ora.
In conclusione si può dire che il Coronavirus abbia agito da forza centrifuga, aumentando le divisioni interne del progetto europeo, e minandolo alle fondamenta. In questo nuovo panorama, dove gli aerei e i treni sono fermi in soste apocalittiche che ne stanno arrugginendo le lamiere, in questo nuovo mondo, dove si tornerà a viaggiare solo e quando necessario, a bordo della propria macchina, come avveniva negli anni ’60 del Novecento, i Baltici e la Finlandia, schiacciati tra il gigante russo, la penisola scandinava e l’Unione di Visegrád, capeggiata dalla Polonia, hanno trovato una nuova collocazione e, forse, una nuova unità.
Nel momento in cui Shengen non ha valore alcuno, riprende vita il progetto di EstLaLia (acronimo di Estonia Lettonia e Lituania), il Benelux del Baltico, di cui si parlava 30 anni fa, quando nessuno poteva immaginare che i paesi baltici sarebbero diventati parte integrante d’Europa. Su un’area pianeggiante piuttosto vasta che, considerando anche la Finlandia, è abitata da appena 12 milioni di abitanti, e va dal confine con la Polonia all’Europa sub-artica, avremo presto, si spera, libertà di movimento. Certo anche qui con tanto di mascherina e a debita distanza. In ogni caso, vuoi per demografia, vuoi per cultura, mantenere le distanze qui è molto più facile…
Fabrizio Mazzella

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